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Negli ultimi giorni la sanità è stata protagonista, nel bene e nel male, della cronaca, con la classifica Agenas delle strutture sanitarie che vede nei primi cinque posti in Italia ben due ospedali pubblici bergamaschi (il Papa Giovanni XXIII di Bergamo e il Bolognini di Seriate) – risultato di cui dobbiamo esserne tutti orgogliosi – e la grave vicenda che ha coinvolto l’ospedale privato accreditato San Raffaele di Milano.

La classifica Agenas evidenzia che a distanza di dieci anni dall’entrata in vigore del DM 70 (che ha fissato gli standard di efficienza) ci sono ancora nel nostro Paese forti disuguaglianze territoriali, non solo tra il nord e il sud, ma anche all’interno delle stesse regioni, con eccellenze ospedaliere concentrate soprattutto nei centri urbani e grosse criticità nelle aree interne e più periferiche.

Sicuramente a livello italiano si conferma la presenza di una rete ospedaliera troppo dispersiva e ancora poco organizzata per hub e spoke, modello che invece dobbiamo perseguire e costruire, perché tutte le analisi confermano come la concentrazione della casistica complessa in centri che garantiscono alti volumi di attività siano correlati ad una maggiore efficacia nelle cure.

Bisogna ritornare a fare programmazione e pianificazione, rivedendo la rete ospedaliera, specializzando i grandi ospedali per gli interventi più complessi (non tutti devono fare tutto!) e prevedendo nei territori – soprattutto in quelli più lontani dai centri – presidi sanitari per l’urgenza, per gli interventi a minor complessità e per la gestione dei cronici che sono sempre più numerosi.

Il Papa Giovanni XXIII di Bergamo e il Bolognini di Seriate in questi anni sono cresciuti soprattutto per alcuni specializzazioni ed alcuni reparti, diventando un riferimento non solo provinciale ma anche regionale e nazionale. E il fatto che Agenas certifichi l’eccellenza di questi due nostri ospedali pubblici è la conferma che laddove vengono previsti i giusti investimenti, il personale è di qualità e si verificano corrette gestioni, il “pubblico” non ha davvero nulla da invidiare al “privato”, come alcune volte la narrazione ci fa credere…

E con questa mia affermazione non intendo mettere in contrapposizione due dimensioni (pubblico e privato accreditato), ma voglio evidenziare come dobbiamo essere maggiormente orgogliosi della sanità pubblica e fare il possibile per sostenerla e concretizzare quei principi di universalità, equità ed uguaglianza introdotti da Tina Anselmi nel 1978.

Tutto questo ovviamente va fatto anche lavorando insieme al privato accreditato (che in Lombardia per le scelte politiche di questi decenni ha raggiunto oltre il 40% delle prestazioni) secondo il principio di sussidiarietà; spetta a Regione pianificare la sua presenza e soprattutto stabilire quali prestazioni erogare secondo i bisogni di salute delle persone.

E soprattutto è necessario un sistema di controlli che più che concentrarsi su alcuni adempimenti formali si concentri sulla qualità delle cure, sull’appropriatezza delle prestazioni e sulle condizioni del personale.

Quanto emerso al San Raffaele di Milano è davvero grave ed è la dimostrazione che i controlli sono necessari e non è possibile gestire la sanità mettendo al centro il profitto e la minimizzazione dei costi e trascurando la valorizzazione del personale. Perché ci vanno di mezzo le persone malate, che hanno invece il diritto di essere curate in condizioni di sicurezza e con qualità.

Ed ecco perché, dopo i fatti del San Raffaele, ho chiesto con un’interrogazione scritta rivolta all’Assessore Bertolaso come Regione intenda effettuare un monitoraggio sistematico su tutte le strutture che utilizzano personale tramite cooperative o servizi di gettonisti per la copertura dei turni diurni e/o notturni, sulla tipologia dei servizi esternalizzati e sulla loro incidenza rispetto al personale dipendente stabilmente in servizio; inoltre, ho chiesto quali iniziative intenda assumere per introdurre e rafforzare verifiche costanti, al fine di garantire che non si ripetano in altre strutture criticità come quelle emerse al San Raffaele, e se si ritenga necessario valutare la definizione di limiti più stringenti sull’utilizzo di cooperative esterne, soprattutto nei reparti ad alta intensità assistenziale.

Il traguardo raggiunto dai “nostri” ospedali bergamaschi deve essere la bussola del nostro operare, e un incoraggiamento a continuare a lottare per difendere e garantire il nostro sistema sanitario nazionale, pubblico e universale, attraverso lo stanziamento delle maggiori risorse necessarie e attuando politiche di valorizzazione del personale. Regione Lombardia deve riprendere in mano la regia, la pianificazione ed il controllo, pilastri fondamentali per la garanzia delle cure a tutti e di qualità, senza scordare le tante criticità che ci sono, dalle lunghe liste di attesa alla difficoltà nei territori più periferici ad accedere alle prestazioni, dalla carenza dei medici di famiglia a quella degli infermieri.

Sono tutti problemi attuali che vanno sempre affrontati con determinazione, considerando la sanità come la priorità delle priorità dell’azione politica di tutti coloro che sono impegnati all’interno delle istituzioni.

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