Ho voluto riassumere (tantissimo!) i tre anni trascorsi in Consiglio regionale in poche pagine per…
Il mio contributo al dibattito sul futuro dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII, all’interno del panorama sanitario territoriale e regionale.
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Egregio Direttore Alberto Ceresoli,
desidero ringraziarla per l’editoriale pubblicato su L’Eco di Bergamo il 21 gennaio scorso e che rilancia l’importanza dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII e la necessità di ripensare al suo “status” per via dell’alta specializzazione che lo caratterizza da sempre e di cui i bergamaschi sono orgogliosi.
Purtroppo, l’errore “a monte” fatto alcuni fa con la riforma della sanità lombarda e che ha previsto per il “Papa Giovanni” lo svolgimento del ruolo di ASST (e non quello di Azienda Ospedaliera) – con a carico quindi anche la gestione del territorio – è stato causa di inevitabili fatiche che il personale sta affrontando con competenza e passione, e pensare quindi oggi ad un ulteriore cambiamento richiede delicatezza e ponderazione.
Sia per chi ci lavora, sia per i cittadini stessi, in un quadro di continua evoluzione resa possibile dal PNRR che sta consentendo di investire nel territorio in Case ed Ospedali di Comunità che vanno implementati e resi pienamente operativi.
La proposta di trasformare l’ASST Papa Giovanni XXIII in un IRCCS (sarebbe il 21 esimo in Lombardia e il settimo pubblico) è sicuramente interessante e stimolante ed è una sfida che a mio avviso deve essere affrontata.

Credo che Regione Lombardia con la DG Welfare debba al più presto istituire un “Tavolo” di lavoro, studio, confronto ed entrare nel merito, di questa straordinaria possibilità. Diventare IRCCS significa aumentare l’attività di ricerca, aumentare l’attrattività di finanziamenti, di nuove tecnologie e personale, significa essere ancor più innovatori di oggi e ulteriormente qualificare quell’alta specializzazione che già oggi il “Papa Giovanni” rappresenta.
A questo “Tavolo” è necessario ragionare sulla futura presa in carico del “Territorio” senza slogan… è possibile trovare delle soluzioni organizzative già adottate in altre realtà dove essere IRCCS non impedisce di occuparsi anche di territorio? Oppure è possibile riorganizzare la nostra provincia con due sole ASST ma con l’obbligata necessità di creare rapporti stabili e convenzioni chiare tra l’eventuale nuovo “IRCCS Papa Giovanni XXIII” e chi gestirà il territorio garantendo da parte del IRCCS, nelle fasi di pre-post intervento ad alta specializzazione, la presenza del proprio personale all’interno degli ospedali di base e dei servizi territoriali, oppure prevedendo ad esempio posti di degenza nel nascente IRCCS per le acuzie segnalate dalle neuropsichiatrie ubicate nei territori?, e così via.
È fondamentale infatti entrare nel merito di questi ed altri temi perché non basta cambiare lo “status” del nostro ospedale,
è necessario ripensare all’intero sistema, con la consapevolezza che dobbiamo perseguire e costruire una rete ospedaliera organizzata per hub e spoke perché tutte le analisi confermano come la concentrazione della casistica complessa in centri che garantiscono alti volumi di attività siano correlati ad una maggiore efficacia nelle cure.
Ma oltre all’alta specializzazione delle prestazioni, rimangono all’ordine del giorno i problemi che toccano la quotidianità dei bergamaschi, che comprendono quell’ampia gamma di prestazioni di base che non vengono erogate in tempi compatibili con i bisogni di salute delle persone, la cronica carenza di medici di base, di pediatri a libera scelta e di infermieri, le prestazioni ambulatoriali specialistiche di prossimità non sempre garantite con puntualità ed ovunque, i presidi di continuità assistenziale interni alle Case di Comunità che ancora faticano ad essere quel luogo centrale per decongestionare i pronto soccorso ospedalieri, l’insufficienza dei servizi di assistenza domiciliare (a maggior ragione con la scadenza del PNRR) e quelli di prevenzione, sono tutte sfide cruciali che si stanno affrontando ma che necessitano di ulteriori sforzi.
E si ritorna quindi ad uno dei concetti chiave sul quale insisto da ormai tre anni. Regione Lombardia deve tornare ad esercitare il ruolo di pianificatore, un ruolo di vera programmazione che per farsi che tutti gli enti gestori (pubblici e privati accreditati) siamo coordinati tra loro, siano raccordati con una presa in carico dei pazienti vera, rivedendo la rete ospedaliera, specializzando i grandi ospedali per gli interventi più complessi (non tutti devono fare tutto!) e prevedendo nei territori – soprattutto in quelli più lontani dai centri – presidi sanitari per l’urgenza, per gli interventi a minor complessità e per la gestione dei cronici che sono sempre più numerosi.
Infine, nell’editoriale, oltre che segnalare la novità introdotta dal Disegno di legge delega dello scorso 12 gennaio e che prevede la nascita di ospedali di terzo livello con caratteristiche che già oggi il “nostro” ospedale ha e che quindi fa ben sperare, si evidenzia anche la necessità di valutare di aprire a Bergamo la Facoltà di Medicina.
Anche su questo io credo serva approfondire attentamente questa opportunità coinvolgendo ovviamente oltre che il “Sistema Bergamo” e la sua Università anche e soprattutto il MIUR, che ha il dovere e il compito di svolgere un ruolo di regia e di pianificazione e che deve tener conto delle Facoltà già attive e delle risorse economiche da mettere poi a disposizione.
Perché già in Lombardia esistono diverse Facoltà di Medicina e quindi è responsabile valutare la sostenibilità di una nuova apertura oppure considerare come “sistema” la possibile creazione di nuove collaborazioni tra Università con l’apertura di nuovi corsi che affrontano le sfide legate all’innovazione tecnologica, all’intelligenza artificiale, alle malattie neurodegenerative, al ruolo del medico di medicina generale che a mio avviso dovrebbe essere considerata una specializzazione universitaria (e non come oggi incardinata in un percorso formativo regionale).
Insomma, c’è molto da lavorare, e soprattutto bisogna iniziare presto!

