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Ad inizio luglio è stata pubblicata la “classifica” delle Regioni italiane relativa alla qualità dei servizi sanitari regionali. Purtroppo la nostra regione, la Lombardia, si è classificata al SESTO posto, dietro a Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Piemonte, Provincia autonoma di Trento. Quando leggo questa classifica non vi nascondo che ci “rimango male”, perché da lombardo e bergamasco ho l’ambizione e l’orgoglio di vedere la nostra regione al PRIMO posto come lo era fino ad alcuni anni fa.
E anche da politico che ha l’onore e l’onere di ricoprire il ruolo di consigliere regionale in commissione sanità sono rammaricato di alcune discussioni avvenute in questi tre anni di legislatura dove chi ha governato la nostra regione ininterrottamente per 31 anni (!) – la coalizione di centrodestra guidata prima da Formigoni, poi da Maroni e oggi da Fontana – continua a dichiarare che siamo “l’eccellenza” come se tutto andasse bene e fosse come prima.
Non è così. E non lo diciamo noi che siamo all’opposizione avendo perso le elezioni regionali. Ma lo dicono dei dati oggettivi, dei dati certificati dal Ministero della Salute.
E questo scivolamento in classifica è la conseguenza di scelte politiche chiare effettuate in questi anni dove il ruolo del territorio è stato a mio modesto parere ridimensionato a favore di una visione ospedalocentrica. Riduzione dei servizi sanitari-sociosanitari territoriali, mancata programmazione e carenza di raccordo del poco che era rimasto nel territorio, scarsa considerazione e nessuna politica di vero sostegno ai medici di base, i Comuni diventati “spettatori” e “ratificatori” delle scelte di politica sanitaria e socio sanitaria, un’assenza di governo degli erogatori privati lasciati liberi di concentrarsi sulle prestazioni più remunerative senza particolari vincoli.
L’assessore al welfare Bertolaso, ad inizio di questa legislatura nel 2023, in Consiglio Regionale ha dichiarato che si era ritrovato ad amministrare un sistema sanitario regionale disorganizzato, anarchico, diseconomico. Sottolineo, l’assessore…
Negli ultimi anni qualcosa sta cambiando per fortuna, ed è giusto riconoscerlo, ma per recuperare il terreno perduto ci vuole molto tempo e anche una visione diversa. I fondi europei del PNRR hanno indicato la strada correggendo la politica regionale: più territorio, più domiciliarità, più prevenzione. Inoltre le risorse affidate agli ospedali privati accreditati iniziano ad essere maggiormente vincolate a dimostrazione che anche le battaglie dell’opposizione stanno servendo a qualcosa per rivedere le scelte adottate in passato. Ma c’è ancora molto da fare e serve un cambio di passo e anche una nuova classe politica che porti idee nuove, visione nuova, freschezza.
Tornando alla classifica nazionale, il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) è lo strumento che consente di verificare – secondo le dimensioni dell’equità, dell’efficacia, e della appropriatezza – che tutti i cittadini italiani ricevano le cure e le prestazioni rientranti nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).
Gli indicatori utilizzati sono 88, distribuiti per macro-aree:
• 16 per la prevenzione collettiva e sanità pubblica
• 33 per l’assistenza distrettuale (territoriale)
• 24 per l’assistenza ospedaliera
• 4 indicatori di contesto per la stima del bisogno sanitario
• 1 indicatore di equità sociale
• 10 indicatori per il monitoraggio e la valutazione dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali – PDTA.
All’interno del NSG è stato poi individuato un sottoinsieme di indicatori, cosiddetto “CORE”, da utilizzare per valutare sinteticamente l’erogazione dei LEA da parte delle Regioni.
Letti nel loro insieme, i risultati del Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) restituiscono l’immagine di un Servizio Sanitario Nazionale nel quale quasi tutto sembra funzionare, salvo alcuni dati negativi per Calabria, Sicilia e Provincia autonoma di Bolzano.
Ma è vero anche che l’esperienza quotidiana dei cittadini spesso evidenzia il contrario (lunga lista di attesa se non paghi, rinuncia alle cure, pronto soccorso affollati, carenza di servizi territoriali, etc.).
E dopo il Covid-19 diverse criticità che all’epoca solo si intravedevano, ora sono emerse, e in Lombardia le difficoltà sul fronte “territoriale” e sul contrasto tra ospedali di eccellenza (e che guidano le classifiche nazionali e mondiali e di cui siamo orgogliosi) e ospedali in forte difficoltà soprattutto nelle aree più lontane dai centri cittadini, si sono sentite sempre di più e in modo maggiore rispetto che in altre regioni (basti solo fare un confronto tra Veneto e Lombardia).
Ed è giusto rimarcare, anche se ormai lo dovreste sapere, che la competenza dell’organizzazione della sanità è regionale. Ogni sistema sanitario regionale è organizzato in modo diverso ed è frutto delle scelte politiche regionali e delle risorse economiche che ogni Regione in autonomia può aggiungere alle risorse erogate dallo Stato. Ad oggi, in attesa del riparto definitivo nazionale dell’anno 2026, il fondo sanitario regionale indistinto lombardo è di circa 23 miliardi (!) alle quali si aggiungono poi altre voci di spesa che portano il budget ad oltre 24 miliardi (quindi oltre il 70% del bilancio regionale è destinato per la sanità e le politiche sociosanitarie-sociali).
Ecco perché la maggior parte del tempo lo dedico a questo tema. E’ questione di responsabilità innanzitutto ma anche perché desidero tanto, e lo dico con quella giusta dose di orgoglio ed ambizione, che ci siano dei cambiamenti concreti per spendere al meglio le risorse che ci sono, per valorizzare il personale che abbiamo (davvero eccezionale!) che lavora nel nostro sistema, per rimettere al centro i nostri territori, e con l’obiettivo di rivedere tra qualche anno la nostra Regione Lombardia al PRIMO posto di questa importante classifica.
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